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AFRICA: PROFESSORE ABRUZZESE, ''GIUSTO AIUTARLI A CASA LORO, MA FARLO DAVVERO''

Pubblicazione: 17 gennaio 2020 alle ore 17:14

L’AQUILA – “Milioni di bambini lasciati soli, abbandonati, offesi, umiliati. Girano per le strade in cerca di un pezzo di pane o semplicemente di un sorriso o una carezza per acquisire speranza”.

È il drammatico racconto del professor Francesco Barone, docente all’Università dell’Aquila, di ritorno dal suo 53 esimo viaggio umanitario in Africa, che lo ha visto impegnato nella Repubblica democratica del Congo, nella città di Goma e nel territorio di Beni, centro abitato a circa 400 chilometri dalla prima.

“Si è soliti pensare che l’Africa sia soltanto un continente caratterizzato da guerre, violenze e tragedie. L’Africa è il posto dell’accoglienza, della partecipazione cooperativa. Ritengo che sia profondamente sbagliato restare indifferenti di fronte al grave fenomeno che riguarda milioni di persone povere dell’Africa. Ciò che accadrà in Africa nei prossimi decenni condizionerà di molto il destino dell’intero pianeta. E in considerazione della vicinanza geografica, delle relazioni economiche e sociali, riguarderà soprattutto l’Italia e l’Europa”, aggiunge il prof, che nel febbraio dello scorso anno ha rilanciato il drammatico appello alla comunità internazionale che gli ha consegnato il premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege, che ha denunciato una catastrofe umanitaria in atto in Congo, con centinaia di migliaia di donne violentate, oltre quattro milioni di sfollati e sei milioni di morti.

Professor Barone, è tornato da pochi giorni dalla missione in Congo. Qual è la situazione che ha trovato?

Ho trovato una situazione molto simile a quella degli ultimi anni. La maggior parte della popolazione vive in condizioni di evidente povertà. Le principali vittime di questo stato di cose, ovviamente, sono i bambini, costretti a lottare quotidianamente per superare le difficoltà di una vita troppo severa. Nelle zone del Nord Kivu, l’epidemia di Ebola continua a causare molti decessi. Inoltre, ci sono formazioni armate che cercano di contendersi le ricchezze del sottosuolo. Continuano le violenze nei confronti di persone che vivono nei villaggi. Tali violenze riguardano soprattutto donne e bambini. Molte persone cercano di rifugiarsi oltre i confini, cercando di raggiungere l’Uganda. 

Pensando all’Africa è idea comune che sia un continente soprattutto povero. Qual è il suo pensiero in tal senso?

L’Africa è ricca. Il problema è che tale ricchezza non resta nelle mani degli africani. Pertanto, diventa un continente povero. Anzi poverissimo, soprattutto nel caso dell’Africa sub-sahariana. Ritengo che sia opportuno soffermarsi sul concetto di povertà. Innanzitutto, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che la povertà è una condizione che costringe numerose persone a vivere in modo subalterno nei confronti di pochi.

La povertà è il risultato di disuguaglianze e privazione dei diritti fondamentali della persona. Ciò comporta che il povero resti isolato ed estromesso dal contesto sociale ed economico. Come è noto, da secoli l’Africa è stato un continente appetibile. Pochi fenomeni della storia moderna e contemporanea sono stati gravati da un malessere etico- intellettuale come quello della schiavitù africana. La brutalizzazione delle condizioni dell’uomo e l’affermazione sempre maggiore di nuovi modelli socio-economici che considerano le persone come merce di scambio sono davanti agli occhi di tutti. Come sosteneva George Farquhar: “Nulla è scandaloso quanto gli stracci e nessun crimine è vergognoso quanto la povertà”. La povertà, quindi, è il risultato di un crimine commesso da persone senza scrupoli che deprivano di ricchezze interi Paesi e costringono un numero considerevole di persone a vivere nella miseria. Ed ecco quindi, milioni di bambini lasciati soli, abbandonati, offesi, umiliati. Girano per le strade in cerca di un pezzo di pane o semplicemente di un sorriso o una carezza per acquisire speranza. Lontani dalle scoperte scientifiche, dai lussi e dalle comodità, sembrano frammenti di marmo. Sempre guardinghi e prudenti si guardano attorno.

È possibile che nelle vicinanze vi siano adulti senza scrupoli. Non ci resta che sperare in gesti di solidarietà, preziosi e continui, in quanto, le azioni occasionali non tendono a mutare sostanzialmente la realtà esistente. Purtroppo, la povertà è una delle poche condizioni non provvisorie. Eloquenti sono le parole di Papa Francesco, pronunciate durante una sua visita in Madagascar: “la povertà non è una fatalità”.

A suo parere cosa si potrebbe fare per cambiare questo stato di cose?

Si è soliti pensare che l’Africa sia soltanto un continente caratterizzato da guerre, violenze e tragedie. L’Africa è il posto dell’accoglienza, della partecipazione cooperativa. Ritengo che sia profondamente sbagliato restare indifferenti di fronte al grave fenomeno che riguarda milioni di persone povere dell’Africa. Ciò che accadrà in Africa nei prossimi decenni condizionerà di molto il destino dell’intero pianeta. E in considerazione della vicinanza geografica, delle relazioni economiche e sociali, riguarderà soprattutto l’Italia e l’Europa. I flussi migratori ci inducono a riflettere sul fatto che tali problemi ci riguardano. Appare necessaria ed inevitabile una reale assunzione di responsabilità da parte di tutte le Istituzioni e Organismi internazionali per favorire lo sviluppo. Nella Repubblica Democratica del Congo, dove ci sono risorse minerarie che varrebbero 25 trilioni di dollari e dove, invece, le multinazionali svolgono un ruolo determinante nell’acquisizione di tali ricchezze. Cibo, acqua, istruzione, garanzia dei diritti, salute, sono le parole chiave per favorire lo sviluppo di un continente per troppi secoli sfruttato e per consentire alle persone di vivere in condizioni umane e dignitose.

Quali sono stati i vostri principali interventi?

Abbiamo svolto una serie di interventi per continuare nell’azione umanitaria già intrapresa da circa dieci anni. Abbiamo continuato a sostenere gli orfanotrofi di “Mama wa wote” e “Flamme d’amour” attraverso la consegna di cibo, vestiti, scarpe, medicine e materiale didattico. Il Centro Kwetu è stata la sede nella quale abbiamo consegnato diverse tonnellate di cibo, sapone e sale a numerose famiglie poverissime del quartiere Mugunga di Goma. Abbiamo consegnato le medicine all’ospedale Heshima e consentito di curare i bambini poveri ricoverati. Abbiamo pagato le spese sanitarie e consentito le dimissioni dei bambini guariti.

Abbiamo consegnato il cibo ai bambini ospiti della parrocchia Emanuel di Goma e ai bambini di strada. Abbiamo acquistato e consegnato materiali tecnici di lavoro al Centro che ospita gli ex bambini soldato e i giovani vulnerabili della città con lo scopo di insegnare loro un mestiere.

“Bisogna aiutarli a casa loro!”: qual è la sua posizione in merito?

Penso che il sottoscritto, unitamente a molti altri lo stiamo già facendo. Aspetto che comincino a farlo concretamente anche coloro che sostengono tale principio. Evitando di nascondersi dietro affermazioni sbrigative e troppe volte di convenienza.



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