Notice: Use of undefined constant HTTP_X_REAL_IP - assumed 'HTTP_X_REAL_IP' in /var/www/abruzzoweb.it/app/controllers/notizie/notizia.php on line 25 CINECRITICA: NAPOLI VELATA, L'INCANTESIMO NAPOLETANO SVELATO DA OZPETEK Abruzzo Web Quotidiano on line per l'Abruzzo. Notizie, politica, sport, attualitá.
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CINECRITICA: NAPOLI VELATA, L'INCANTESIMO NAPOLETANO SVELATO DA OZPETEK

Pubblicazione: 04 gennaio 2018 alle ore 17:27

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L’AQUILA - Vedere-non vedere. Sognare ad occhi aperti. Velare-dis(velare). L’ultimo film di Ferzan Ozpetek, Napoli velata, è sicuramente spiazzante. Un film girato in un mese e mezzo in una Napoli “femmina” e che sta riscuotendo un buon successo al botteghino nonostante sia una pellicola non certo facile.

Quindi, il regista Turco-napoletano-romano-salentino è riuscito ad accontentare tutti i palati.

I critici cinematografici sono stati contrastanti (chi lo ha stroncato, chi lo osannato, chi ha detto “bene, però...”). Per quanto mi riguarda (visto al Multisala Arca di Spoltore in una sala perfetta con un audio eccezionale) è un film al di sopra della media del prodotto italiano, non è il suo miglior film (per me resta Mine vaganti, ma sono troppo di parte in quanto girato in Salento...) e non è sicuramente un capolavoro.

Però, è un’opera dalle molteplici letture ed è un cambio di rotta per Ozpetek. È un seguito virtuale di Mine vaganti, ma questa volta il regista ha voluto marcare più del solito il film. Vediamo.

Una breve sinossi. Adriana, anatomopatologo a disagio con i vivi, incontra Andrea, un giovane uomo che la seduce e la ama una notte intera, appassionatamente. Adriana è travolta, finalmente viva. Al risveglio gli sorride e dice sì al primo appuntamento. Ma Andrea a quel rendez-vous romantico non si presenta.

È stato torturato e ucciso. È l’inizio di un’indagine poliziesca ed esistenziale che condurrà Adriana nel ventre di Napoli e di un passato, dove cova un rimosso luttuoso.

A questo punto a chi non ha visto il film è consigliabile non andare avanti con la lettura perché rischieremo lo spoiler, di svelare aspetti determinanti.

Premettiamo che da sempre un film è “un occhio che guarda”. E questo è l’aspetto più importante di Napoli velata. Ozpetek guida lo spettatore (fin troppo...) con il suo occhio nel ventre della città partenopea. Un omaggio a Napoli che si presta a questo viaggio interiore della protagonista, Giovanna Mezzogiorno.

L’attrice regala un’ottima prova, così come l’intero cast, quasi esclusivamente di estrazione teatrale partenopea (Lina Sastri, Peppe Barra, Anna Bonaiuto e la magnifica Maria Luisa Santella, la veggente Donna Assunta, che ha esordito al cinema nel 1976 con Scola nella parte della prostituta Iside in Brutti, sporchi e cattivi, ma che in passato è stata protagonista del teatro avanguardista delle cantine), questo perché la lentezza della macchina da presa, i silenzi, le attese, i primi piani insistiti di Ozpetek, pretendono una presenza scenica particolarmente espressiva dei visi degli interpreti.

Un po’ fuori ruolo resta il protagonista maschile Alessandro Borghi nelle due parti di Andrea e Luca, inespressivo e poco macho specialmente post-mortem, ma comunque etereo.

Così come la “strega-dark” Isabella Ferrari, monocorde. La Mezzogiorno non ha una grande esperienza teatrale, ma prima di esordire nel cinema, nel 1995 ha lavorato con il grande Peter Brook. E questo è bastato. I suoi occhi parlano da soli (e qui torniamo al leit motiv...) e nella lunga scena esplicita di sesso dopo un quarto d’ora di film (eros e thanatos), l’attrice e l’attore mostrano l’unica cosa “non vedibile” solitamente.

È l’unica parte “senza veli” dove si “vede” tutto e l’interpretazione corporea domina. L’occhio voyeuristico di Ozpetek è senza freni. Qualche critico non ha gradito questa scena, ma è troppo funzionale al resto del film.

Torniamo indietro. All’inizio. Si vede una donna (l’attrice Mezzogiorno) che, fuori dalla porta di un appartamento di un palazzo antico, uccide un uomo con i baffi (poi capiremo chi sono).

Da qui parte un piano-sequenza di una scalinata concentrica (omaggio a Hitchcock?) di alcuni minuti che chiaramente fa intendere che sta partendo un viaggio interiore che arriverà al nucleo dell’inconscio. E allora la scena successiva della festa con la natività dei femminielli “velata” (voglia di un figlio da parte del regista dichiaratamente omosessuale?) è l’inizio di un lunghissimo flashback? È l’inizio di un lunghissimo sogno? È l’inizio di una lunghissima immaginazione della protagonista? È la scoperta dei fantasmi del passato di una protagonista che ha rimosso di aver assistito all’omicidio del padre da parte della madre?

E qui Ozpetek, che nei film passati ha sempre preso per mano lo spettatore per inoltrarlo nelle sue storie, questa volta si diverte a costruire e a demolire, a svelare e a velare con una splendida Napoli in sottofondo (ottime le scenografie, le musiche e la fotografia), ma che alla fine è la protagonista assoluta del film con il simbolo della statua del Cristo Velato (la Verità che traspare) che è la sintesi del tutto.

Una città misteriosa, tradizionale, leggendaria, incantevole, ipnotica. E Ozpetek ipnotizza la protagonista e lo spettatore, per poi dare lo “schiaffetto” ogni tanto per ridestarli. Ma l’incantesimo napoletano resta nella testa e nel cervello.

Il difetto di Ozpetek, secondo i critici, autore particolarmente egocentrico, però, è che vuole troppo “marcare” il suo territorio, il suo punto di vista e vuole guidare lo spettatore nel suo campo. In realtà, per chi desidera farsi ammaliare, deve dare poco importanza ai movimenti di macchina insistiti e prepotenti e lasciar far partire cervello e sensi (ed ecco l’importanza di vedere il film in una sala con un ottimo audio in quanto le voci e i rumori di fondo fanno parte della colonna sonora. Fate caso alle frasi insistite di Luca e quelle della scena dell’omicidio del padre della protagonista Adriana, che risuonano in modo insistito).

Le citazioni. Ozpetek vuole mostrare che conosce alla perfezione la storia del cinema e della tragedia greca.

Ed ecco Bunuel, Fellini, De Palma, Hitchcock e Argento. Euripide e Sofocle. Fellini: chiaro il riferimento a 8 e mezzo (la fotografia con la protagonista che a scuola scrive sulla lavagna i famosi numeri e in 8 e mezzo il mago-sensitivo che scrive sulla lavagna la nota frase Asa Nisi Masa acronimo di Anima nel linguaggio serpentino), ai sogni al corteo dei ciechi.

Dario Argento: la scritta dei numeri sullo specchio che si “svela” soltanto con il vapore (in Profondo rosso nello stesso modo una vittima svela il nome dell’assassino) e l’omicidio del padre alla quale la protagonista assiste da bambina (stessa cosa a Profondo rosso, ma ad assistere è il figlio). Il surrealismo di Bunuel nel doppio, nel sogno e nel famoso occhio tagliato del Cane Andaluso.

In definitiva Napoli velata è un film che intriga, nonostante i suoi “buchi” di sceneggiatura (compito dello spettatore rammendarli...), che comunque incanta e ipnotizza.

Non vuole farsi vedere (il cadavere senza occhi, l’occhio magico, i ciechi che passano per la via, non si vedono scene di sesso con Luca ma si immaginano, la protagonista che non si vede nel finale, ma si sente) ma che vuole svelarsi per capire, per guardare in faccia i fantasmi del passato, svelare chi c’è dietro una maschera, e distruggere. Per poi rinascere dalle ceneri come un’araba fenice.

* giornalista



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