Notice: Use of undefined constant HTTP_X_REAL_IP - assumed 'HTTP_X_REAL_IP' in /var/www/abruzzoweb.it/app/controllers/notizie/notizia.php on line 25 SISMA 2009: BIONDI, ''IL SILENZIO QUESTA NOTTE HA IL VOLTO DI CHI ABBIAMO PERDUTO'' Abruzzo Web Quotidiano on line per l'Abruzzo. Notizie, politica, sport, attualitá.
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SISMA 2009: BIONDI, ''IL SILENZIO QUESTA NOTTE HA IL VOLTO DI CHI ABBIAMO PERDUTO''

Pubblicazione: 05 aprile 2020 alle ore 23:18

L'AQUILA - "Il silenzio, questa notte, ha il volto di chi abbiamo perduto, ha il respiro di una umanità che lotta contro una minaccia letale, ma quasi irreale nella sua non fisicità, perché materia dei laboratori di ricerca, perché patologia da ospedali".

E' un passaggio dell'intervento del sindaco dell'Aquila Pierluigi Biondi, a conclusione della sobira cerimonia a piazza Duomo per commemorare l'undicesimo anniverario del terremoto del 6 aprile 2009, nella città deserta, in losk down per il rischio contagio del coronavirus.

IL DISCORSO DEL SINDACO BIONDI

Sono trascorsi undici anni dalla notte più lunga e dolorosa della nostra vita e oggi la ricordiamo nel silenzio assordante di Piazza Duomo, un silenzio che amplifica e aggiunge al dolore per i nostri cari, vittime del terremoto del 6 aprile 2009, il dolore per i caduti a causa del coronavirus. Il silenzio, questa notte, ha il volto di chi abbiamo perduto, ha il respiro di una umanità che lotta contro una minaccia letale, ma quasi irreale nella sua non fisicità, perché materia dei laboratori di ricerca, perché patologia da ospedali.

Allora, come oggi, piangiamo la morte avvenuta in solitudine, senza la consolazione dei propri cari. Il ricordo della nostra tragedia di undici anni fa è rafforzato da un sentimento unico e solidale che accomuna l’intero Paese, perché qui, in questa piazza deserta - con accanto il prefetto Cinzia Torraco e il sindaco Francesco Di Paolo in rappresentanza dei comuni del cratere - si compie il riconoscimento istituzionale e collettivo del lutto dell’Italia e non solo. Ci troviamo di fronte all’universalità di un dramma e, forse, noi aquilani, senza presunzione ma con l’umiltà di chi ci sta provando, possiamo condividere la nostra testimonianza di rinascita.

Il nostro ricordare, lungo undici anni, rappresenta per noi una scelta rassicurante, nella misura in cui il passato dà senso al presente. Le nostre ferite, non sono solo la conseguenza di un evento drammatico. Il dolore, è stato ed è la spinta per un processo di rigenerazione che stiamo portando avanti con convinzione e determinazione.

Il ricordo del 6 aprile 2009 viene interrogato, raccontato, portato alla luce ogni anno perché senza non potremmo dare valore e visione al futuro dei nostri figli. Il Rinascimento dell’Aquila è l’esito del ricordo che diventa nutrimento per il futuro.

Abbiamo imparato che i sentimenti non vanno consumati, ma protetti; che la politica può e deve essere costruzione; che non può esserci spazio per la rassegnazione; che l’“Io attuale” non può prescindere dall’ “Io ideale” e che la memoria è fondamentale per restare umani, per non far prevalere la barbarie. Cedere all’oscurità significa essere convinti che la luce non tornerà mai.

Questa fiaccola, invece, ci racconta che la luce c’è e che illumina i nostri affetti, i valori a lungo ignorati, i tanti progetti da realizzare.

Ci mostra nuove possibilità e ci sfida ad afferrarle. La notte di undici anni fa fu illuminata dalla luce di alcuni “angeli” emersi dall’ombra: i vigili del fuoco che hanno scavato tra le macerie, i volontari che ci hanno soccorso e consolato, lo Stato che ci ha sostenuto…

Ora, come allora, non siamo soli. Ora, come allora alcuni “angeli” si prendono cura di tutti noi, ora come allora ci danno la speranza in un domani possibile.

In questo momento intendo rivolgermi a tutti i sindaci d’Italia, in particolar modo a quelli dei territori maggiormente colpiti dal coronavirus e ormai da settimane in prima linea, insieme al personale ospedaliero, in questa difficile battaglia.

A loro dico che, nonostante il dolore, la profonda sofferenza e il sentimento di impotenza davanti alle migliaia di lutti che colpiscono familiari e amici devono assolutamente credere nella speranza, devono tornare a imparare a sperare insieme ai loro concittadini.

Non è un imperativo per la sopravvivenza, ma per un futuro nuovo, dove la speranza diventi fattrice di storia, tensione verso uno scopo, impegno per un nuovo umanesimo.



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